domenica 13 gennaio 2019

Risiko!

Il gioco che ha occupato nottate interminabili per generazioni di nerd, insegnandogli la collocazione di luoghi esotici come la Kamčatka (e ingannandoli completamente su quella dell'Afghanistan). Tra le infinità di edizioni e di varianti, ciascuno ha il "suo" Risiko, e questo è quello della mia giovinezza. Una mappa inconfondibile, deformata e arbitraria, semplicemente un capolavoro.

sabato 29 dicembre 2018

Il mondo di 1984



1984 non è soltanto uno dei grandi classici del Novecento: è l'archetipo del romanzo distopico, a cui tanta letteratura e tanto cinema successivi sono debitori. La fantascienza può invecchiare bene, ma solitamente invecchia. Dato che si avventura a descrivere il futuro, le sue invenzioni (brillanti o ingenue che siano) finiscono per essere superate. Ma la grande fantascienza, invece di invecchiare, si trasforma in ucronia: oggi il mondo immaginato da Orwell ci appare come una storia alternativa tutt'altro che improbabile. Meglio ancora: quel mondo ci sembra così cupo e inquietante non perché semplicemente distante dal nostro, ma perché in un certo senso rappresenta l'esito più coerente della storia del secolo scorso. Delle argomentazioni del funzionario del Partito non ci sorprende la follia o il cinismo, ma la logica spietata: se l'umanità degli anni Quaranta avesse voluto portare alcuni principi fino alle estreme conseguenze, il risultato sarebbe stato quello immaginato da Orwell (e se non è andata così, questo dipende in parte dal puro caso e in parte dal fatto che non sempre l'uomo, pur ammettendo certi principi, è disposto ad accettarne anche le necessarie implicazioni logiche).
Nel mondo di 1984, alla seconda guerra mondiale è seguita una nuova fase di conflitti tra le superpotenze vincitrici, con l'impiego di bombe atomiche su vasta scala sulle grandi città industriali della Russia europea, dell'Europa occidentale e del Nord America (p. 202*). Non sappiamo come siano cambiate queste regioni, ma nel testo sono citate (oltre alla città di Londra dove vive Winston Smith, in una Gran Bretagna ribattezzata «Pista d'Atterraggio Uno») New York, Parigi e Berlino (p. 230).
Eurasia e Oceania sono nate con l'assorbimento dell'Europa continentale da parte dell'Unione Sovietica e dell'impero britannico da parte degli Stati Uniti, e dopo circa un decennio è nato il super-Stato dell'Estasia (corrispondente grosso modo alla Cina).
Le frontiere fra i tre super-Stati sono in alcuni luoghi arbitrarie, e in altri fluttuano in base alle vicende della guerra, ma in generale seguono i confini geografici. L'Eurasia comprende l'intera parte settentrionale delle masse continentali europea e asiatica, dal Portogallo allo stretto di Bering. L'Oceania comprende le Americhe, le isole atlantiche incluse le isole britanniche, l'Australasia e la porzione meridionale dell'Africa. L'Estasia, più piccola delle altre e con una frontiera occidentale meno definita, comprende la Cina e i paesi a sud di essa, le isole giapponesi e una vasta ma instabile porzione della Manciuria, della Mongolia e del Tibet (pp. 192-193).

Fra le frontiere dei super-Stati, e senza che alcuno di essi riesca a impadronirsene permanentemente, c'è un quadrilatero i cui angoli sono Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hong Kong, contenente circa un quinto della popolazione mondiale. È per il possesso di queste regioni densamente popolate, e della regione artica, che le tre potenze stanno combattendo costantemente. […]
Si noti che i combattimenti non arrivano mai oltre i limiti delle regioni contese. Le frontiere dell'Eurasia si spostano avanti e indietro fra il bacino del Congo e la costa settentrionale del Mediterraneo; le isole dell'Oceano Indiano e del Pacifico vengono costantemente perse e rioccupate dall'Oceania o dall'Estasia; in Mongolia il confine tra Eurasia ed Estasia non è mai stabile; attorno al Polo tutte e tre le potenze rivendicano enormi territori che sono in realtà per lo più disabitati e inesplorati: ma l'equilibrio delle forze resta sempre grosso modo costante, e il territorio che forma il cuore di ciascun super-Stato rimane inviolato (pp. 195-196).


*Per le citazioni si fa riferimento all'edizione inglese Penguin del 2008.

martedì 18 settembre 2018

L'età delle crociate


L'Europa e il Mediterraneo tra il 1099 e il 1330
I principati latino-orientali

martedì 3 luglio 2018

Nova et aucta orbis terrae descriptio... (Gerardo Mercatore, 1569)

Immagine di risoluzione superiore disponibile su mapmania.org

L'uomo che cambiò il nostro modo di vedere il mondo, di quel mondo in realtà vide una porzione irrisoria: Gerhard Kremer nacque a Rupelmonde, nelle Fiandre, e trascorse la sua vita in un fazzoletto di terra tra Lovanio, Anversa e Duisburg. Ricevette una formazione umanistica e latinizzò il proprio nome in Gerardo Mercatore ma, visto che difficilmente la filosofia gli avrebbe dato di che vivere, la accantonò per studiare matematica e astronomia; alla speculazione preferì attività più remunerative come le incisioni su rame, di cui divenne maestro, la costruzione di globi e la cartografia. Ma se gli aveste chiesto della sua vera vocazione, vi avrebbe detto senz'altro che era la cosmografia, ossia lo studio «della disposizione, delle dimensioni e dell'organizzazione dell'intera macchina del mondo». Compito ambizioso, che affidò a due grandi opere sistematiche: la Chronologia (1569), che confrontava il racconto delle Scritture con fonti babilonesi, ebraiche, egizie, greche e romane nel tentativo di fornire un quadro armonico e coerente della storia antica; e l'Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura (pubblicato postumo nel 1594), primo atlante moderno a portare questo nome, che spodestò dopo oltre un millennio la Geografia di Tolomeo e determinò l'impostazione e l'ordine della maggior parte degli atlanti dei secoli successivi. Senza mai allontanarsi più di duecento chilometri dal paese natale, Mercatore tentò di dominare lo spazio e il tempo mediante la cosmografia, «la luce di tutta la storia, sia ecclesiastica che politica… chi la guarda, senza far nient'altro apprenderà da essa più di quanto non apprenda il viaggiatore dalle sue lunghe, faticose e costose peripezie (che “spesso muta cieli ma non la sua mente”)». Per permettere al suo sguardo di abbracciare l'universo il cosmografo deve innalzarsi, fino quasi a raggiungere il punto di vista di Dio (nell'idea c'è qualcosa di blasfemo, ma non sappiamo se sia legata ai motivi per cui Mercatore venne imprigionato nel 1544 con l'accusa – dalla quale fu poi prosciolto – di professare l'eresia luterana).
La cronologia passò pressoché inosservata, l'atlante vendette bene ma fu presto superato dalle pubblicazioni del secolo successivo (com'era inevitabile, giacché gli europei spostavano sempre più in là i limiti del loro mondo, aggiornandone continuamente la rappresentazione); a segnare un'autentica pietra miliare nella storia della cartografia fu invece la sua Nova et aucta orbis terrae descriptio ad usum navigantium emendate accommodata (1569). Dalla fine del XV secolo, con l'esplorazione dell'Oceano Indiano e la scoperta dell'America, il mondo era diventato improvvisamente molto più vasto di quello di Tolomeo, e di conseguenza più difficile da rappresentare. Nei primi anni della sua attività di geografo Mercatore aveva realizzato dei globi, aggirando il problema del passaggio dalla superficie sferica della Terra a quella piana del foglio di carta: questo passaggio richiedeva un'elaborazione geometrica, una proiezione. Già Tolomeo ne aveva ideata una, ma aveva rappresentato solo una porzione relativamente piccola dell'emisfero boreale; per di più i dati erano così approssimativi che le sue carte non erano di alcuna utilità per i navigatori. Questi ultimi si orientavano con i portolani, carte nautiche in cui le rotte da un porto all'altro erano rappresentate da intricati reticoli di linee rette, corrispondenti a quelle che nel mondo tridimensionale sono linee curve chiamate lossodromie. Finché si trattava di navigare nel Mediterraneo, lo scarto fra la realtà e la sua rappresentazione bidimensionale era minimo; ma se si tentava di tracciare le lossodromie sulle vaste distanze oceaniche, la distorsione mandava le navi fuori rotta. Si poneva dunque il problema di disegnare carte con linee lossodromiche rette che tenessero conto della curvatura della Terra, e la soluzione di Mercatore fu geniale nella sua semplicità: adottò una proiezione cilindrica, rettificando i meridiani e i paralleli, e ottenne una proiezione conforme o isogonica (che cioè conservava le relazioni angolari fra tutti i punti della carta) anche se non equivalente (le dimensioni dei continenti risultavano sempre più dilatate man mano che ci si allontanava dall'equatore, e i poli erano irrappresentabili dal momento che nella realtà i meridiani sono convergenti, mentre nella carta sono paralleli). L'inestimabile vantaggio della conformità era la possibilità di tracciare una linea retta sulla superficie della carta e, mantenendo un angolo azimutale costante, arrivare esattamente a destinazione; se è vero che le grandezze erano falsate, è anche vero che nell'epoca della navigazione a vela conoscere la direzione esatta tra due punti era molto più importante che visualizzarne correttamente la distanza (anche perché i tempi della traversata oceanica erano determinati da svariati fattori contingenti).