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sabato 28 dicembre 2019
domenica 4 agosto 2019
L'ecumene secondo Tolomeo
| Carta di Nicola Germano (1482). Versione in alta definizione disponibile su Wikimedia. |
giovedì 4 ottobre 2018
martedì 26 giugno 2018
giovedì 14 giugno 2018
Mappa mundi di Hereford, 1300 ca.
![]() |
| Immagine tratta da Wikimedia Commons |
Per
chi avesse voluto imbarcarsi per la Terrasanta, la mappa
mundi sarebbe stata di ben poca
utilità: i luoghi non sono inseriti in un reticolo geometrico,
individuati da coordinate come nella Geografia di
Tolomeo; il disegno delle coste è del tutto irriconoscibile e
soltanto con un grande sforzo di fantasia riusciamo a riconoscere –
dalla posizione e non dalla forma – le isole britanniche, la
Spagna, la Francia e l'Italia. Man mano che si procede verso l'alto
(cioè verso oriente), la geografia diventa sempre più
approssimativa e cede il posto alla mitologia: l'unicorno, il
centauro, il grifone, il basilisco, razze semi-umane come i blemmi
con la bocca e gli occhi sul petto, gli sciapodi che corrono su una
gamba sola, gli androgini… La mappa mundi diventa
così una specie di enciclopedia dell'immaginario medievale, una
summa
delle visioni fantastiche con cui gli europei
riempivano l'ignoto dell'Asia e dell'Africa (a proposito: l'autore
Riccardo di Haldingham, di cui sappiamo poco o nulla, è tra i
candidati al premio per la gaffe più clamorosa nella storia della
cartografia, avendo invertito i nomi dell'Europa e dell'Africa, anzi
«Affrica»). Ma proseguendo verso est tutto diventa finalmente
chiaro, quando lo sguardo passa da Gerusalemme (posta al centro del
mondo, sotto un'immagine della crocifissione) a Babilonia (con la
Torre di Babele di cui racconta la Genesi),
e da lì al Giardino dell'Eden da cui vengono cacciati Adamo ed Eva;
in cima, sopra una Madonna in adorazione, troneggia la figura di
Cristo. Con il suo miscuglio di teologia cristiana e mitologia
pagana, e il suo compendio di dati reali e fantastici, la mappa di
Hereford vuole essere nientemeno che la storia del mondo, dalla
perdita del Paradiso terrestre al Giorno del Giudizio, passando per
l'Incarnazione; non una semplice rappresentazione dello spazio, ma un
vasto tentativo di inserire lo spazio nel racconto del tempo.
Per quel che ne
sappiamo, l'homo sapiens è l'unica specie al mondo a
disegnare mappe, e lo fa da epoche remote (nel 2009 un team di
archeologi dell'Università di Saragozza ha annunciato la scoperta di
una mappa incisa su pietra risalente a 16mila anni fa, in cui
sarebbero rappresentati fiumi, montagne, zone di caccia e aree di
raccolta del cibo). In un angolo periferico della carta, tra
l'«Anglia» e la «Wallia», la mappa mundi include se
stessa; e – anche se l'autore non vi ha attribuito particolare
enfasi (non c'è una scritta del tipo «voi siete qui») – a
sottolineare il dettaglio ci hanno pensato i secoli: la scritta
«Hereford» è molto più consumata degli altri toponimi, e se ne
leggono ormai soltanto le ultime tre lettere. Forse migliaia di
visitatori che l'hanno ammirata hanno fatto quello che ha fatto
chiunque altro quando ha scoperto Google Earth: cercare casa propria.
L'hanno indicata col dito e hanno detto ecco, io sono qui.
L'eventuale utilità pratica è solo uno dei moventi, e forse nemmeno
quello principale, per disegnare e consultare mappe: rappresentare
graficamente la realtà, così come raccontarla, serve essenzialmente
a darle un ordine, ad attribuirle un senso. E a rassicurarci
che, in quell'ordine e in quel senso, noi occupiamo un posto preciso.
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